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Perché reagisco arrabbiandomi e innervosendomi?

Oggi parliamo della difficoltà nel controllare le proprie reazioni nei momenti di fastidio, nervosismo e rabbia.

Chi si ritrova in questa esperienza frequentemente racconta di innervosirsi, diventare irritabile, secco e brusco nei modi oppure di “sbottare” per poi sentirsi successivamente “in colpa” rispetto al proprio comportamento.

L’esperienza di arrabbiarsi, innervosirsi e provare fastidio è comune a tutti gli individui: la rabbia, così come tutte le emozioni umane, è funzionale alla sopravvivenza e ha permesso alla nostra specie di attraversare i millenni.

Talvolta tuttavia, l’esperienza dell’arrabbiarsi e la percezione ridurre o perdere il controllo sui propri comportamenti diventa pervasiva, ovvero si ripete in modo frequente e significativo giorno dopo giorno e settimana dopo settimana. Quasi come uno “schema” che si ripropone in automatico all’interno di uno o più contesti relazionali.

è più forte di me..”
“se mi fa arrabbiare, mi fa arrabbiare..”
“in quel momento c’è solo il fastidio, non riesco a pensare che qualche minuto dopo mi sentirò peggio”
“è come una forza che deve uscire a tutti i costi, anche se poi i costi sono elevati”

Quando queste reazioni diventano frequenti e ricorrenti in un gran numero di situazioni più facilmente può subentrare un senso di frustrazione ed impotenza: la persona potrebbe vivere la propria irritabilità, i propri “sbotti”, i toni più secchi e gli sguardi più duri come qualcosa di sbagliato, da eliminare,correggere e cambiare.

 “Non mi piace sentirmi così..”,“non sopporto questa versione di me stessa”

“Dopo essere sbottato mi sento sempre in difetto…tutta l’energia che mi sosteneva nel difendermi da quella che mi sembrava una grande ingiustizia si rivolge verso me stesso e mi tormenta..”

Un vero dilemma dove ai nostri stessi occhi un comportamento appare a tratti legittimo e comprensibile e a tratti sbagliato e inammissibile.

A mio parere, la citazione di Pascal “il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce” può supportarci nel cominciare a rendere più comprensibile questo scenario.

Lasciando sullo sfondo la riflessione filosofica dell’autore e focalizzandoci solo sulle parole della citazione possiamo agevolmente constatare che le emozioni che proviamo non sono sempre perfettamente comprensibili alla nostra mente, talvolta non riusciamo a spiegarle razionalmente.

Molto spesso, soprattutto all’inizio di un percorso di terapia, le persone riferiscono di provare emozioni spiacevoli, nuove, imprevedibili o difficili da collegare al contesto e alla situazione.

Eppure, nella mia esperienza quotidiana, ho potuto osservare che le emozioni umane non sono mai casuali, portano sempre con sè un significato personale. A volte questo significato sfugge alla nostra comprensione, non è immediato da “afferrare”, tuttavia è molto frequente attraverso la conversazione terapeutica arrivare a spiegarsi e a comprendere emozioni e comportamenti che inizialmente apparivano “insensati”.

Che ragioni ha quella rabbia che la mente non coglie? Che logica sottende l’irritarsi e lo sbottare?Che senso ha per una persona fare quello che fa? Reagire in un certo modo? Provare un certo vissuto?

Queste sono domande che spesso ci si pone e su cui si ragiona in terapia, il focus non è solo sull’emozione (esempio: “mi arrabbio”) e sul comportamento (esempio: “rispondo in malo modo”), ma anche sul significato personale alla base di essi.

Cosa sta cercando di fare una data persona arrabbiandosi? Che senso ha per lei? Cosa sta cercando di fare nella relazione con l’altro?

A titolo d’esempio:

-Sta cercando di farsi ascoltare?

-Sta cercando di segnalare dei limiti che non devono essere superati?

-Sta esprimendo che qualcosa non la fa stare bene?

-Sta sollecitando attenzione e accudimento?

Ecc.


I significati ovviamente sono personali e vanno compresi e ricostruiti per ogni singola persona.

Con quale finalità?

A volte le emozioni ci possono sembrare dirompenti e ingestibili come “magma” che erutta: in terapia si lavora per canalizzare quel magma, per renderlo comprensibile ed elaborabile all’interno di una riflessione che lo renda meno dirompente, bensì qualcosa di cui si può parlare.

Spesso questa è la base per costruire delle alternative nella relazione con gli altri: se i bisogni, le prospettive ed i significati personali che sono alla “base” della risposta di rabbia diventano più comprensibili ed elaborati diviene più praticabile immaginare altri modi per soddisfarli ed esprimerli.

A titolo d’esempio: 

Immaginiamo che per una data persona l’arrabbiatura e lo “sbotto” possano essere considerati modi per riuscire a farsi ascoltare dagli altri. Modi che potrebbero risultare a tratti efficaci ma al contempo portare con sè il peso e la fatica del senso di colpa. 

La terapia potrebbe rappresentare un spazio in cui chiedersi:

Possono esserci altri modi per farsi ascoltare che non espongano così pesantemente al senso colpa?

È possibile immaginare altre strade per portare avanti il bisogno di farsi ascoltare?

Ci sono delle alternative? E queste che impatto potrebbero avere sulle relazioni?

Ovviamente ogni terapia è unica e non è detto che simili domande siano sensate per tutti.

Eppure ho potuto osservare, come punto comune a tante storie di vita e a tanti percorsi terapeutici, che proprio quando certe emozioni apparentemente “sbagliate, insensate ed incomprensibili” diventano più comprensibili ed elaborabili nella conversazione, proprio allora si aprono strade ed opportunità per costruire ed immaginare modi alternativi per stare in relazione con gli altri.

Dott.ssa Laura Bastianello Psicologa Psicoterapeuta Albignasego Padova

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