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Ho un problema: lo psicologo mi può aiutare?

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Il problem solving in ambito psicologico prevede di “mettersi a lavorare a quattro mani” -psicologo e cliente- per affrontare la situazione vissuta come problematica.

“Dott.ssa ho un problema.. il mio capo mi sfrutta, mi chiede di occuparmi di incombenze che non mi spetterebbero..ed io non riesco e non posso dirgli di no, ho troppa paura che si arrabbi”.

Questo esempio descrive uno tra i tanti temi che potrebbero essere portati all’interno di una seduta psicologica e presentati come un problema difficile o impossibile da risolvere.

Le tentate soluzioni

Spesso la richiesta di parlare con lo psicologo è il culmine di una serie di tentativi rivelatasi fallimentari fatti dalla persona nel tentativo di risolvere il problema, ridurlo o migliorare le cose.

Immaginiamo che la frase riportata sopra sia pronunciata da Maria, una giovane donna che si sente “in trappola” in una situazione lavorativa che vive con disagio. Maria ha già provato in diversi modi a risolvere il problema mettendo in atto una serie di “tentate soluzioni”:

  • Ha provato a staccare il telefono per non ricevere comunicazioni dal titolare in orario extra lavorativo, salvo poi ripensarci sempre e temere le conseguenze del suo gesto. 
  • Ha provato a sfogarsi con partner e familiari, salvo poi sentirsi ancora più arrabbiata e infastidita per i loro suggerimenti che trovava poco calzanti e applicabili.
  • Ha provato a “fregarsene”, a tenere le distanze, a fare buon viso a cattivo gioco, salvo poi accumulare tensione ed irritarsi per un nonnulla in casa.
  • Ecc.

Parliamo di tentate soluzioni facendo riferimento a strategie che continuiamo a ripetere, spesso più e più volte, senza risultato. Di frequente- anche se non vediamo risultati- continuamo ad adottare il medesimo comportamento augurandoci che “sia la volta buona” e sperando che le cose cambino. Tuttavia è molto  difficile ottenere qualcosa di diverso se si continuano a fare le stesse cose.

I consigli degli altri

Maria ha anche provato ad ascoltare e a volte ad applicare proposte e suggerimenti di amici e familiari. Chi le ha suggerito di licenziarsi, chi di rispondere a tono, chi di farsi rispettare, chi di rassegnarsi, chi di fregarsene. Si tratta di proposte in buona fede eppure nessuna era sembrata fattibile e davvero sostenibile per la persona di Maria.

E qui veniamo ad un primo punto importante: ciò che per una persona può sembrare assolutamento logico, naturale e “facile” da fare, per un’altra può risultare difficilissimo. Non esiste una soluzione valida in assoluto per un determinato tipo di problema, soprattutto quando questo riguarda le nostre emozioni e relazioni.

E lo psicologo che ruolo gioca in ciò?

In tal senso lo psicologo non è colui che “risolve il problema”  o “trova la soluzione giusta”, non è l’esperto che risolve il problema dall’esterno, ma è colui che accompagna in questo processo di problem solving facilitando la riflessione ed il ragionamento nell’ottica di individuare la soluzione o le modalità più consone e sostenibili per quella specifica persona.

Il problem solving è un processo di scoperta, non c’è qualcuno che risolve il problema per qualcun altro. Il problem solving in ambito psicologico prevede di mettersi a lavorare e ragionare insieme, rimboccarsi le mani e lavorare a quattro mani per affrontare la situazione vissuta come problematica.

Di fronte ad una situazione problematica spesso ci si sofferma sul “cosa si dovrebbe fare e non fare”, meno scontato ma decisamente utile è imparare a chiedersi quali siano le motivazioni che portano quella certa persona a comportarsi in un certo modo, a fare o non fare certe cose. Ragionare su come percepisce le cose per essere arrivata a sentirsi “impantanata” nel problema, su cosa si immagina, su quali conseguenze più o meno negative fantastichi.

Come si lavora sul problema?

All’interno di un percorso psicologico, attraverso il dialogo e la riflessione condivisa, si cercano di comprendere i “meccanismi di fondo” sottesi a certi atteggiamenti, comportamenti ed emozioni. Si prova a comprendere che senso e significato possa avere per una certa persona fare quello che fa, in un clima di accettazione ed in assenza di giudizio.

Maria, ad esempio, pian piano ha cominciato a comprendere che il suo comportamento “remissivo” era fortemente connesso al timore di non farcela da sola, di non poter essere autonoma, alla sua necessità di cercare nell’altro una sorta di protezione.

Quando aumenta la consapevolezza di queste dimensioni, quando se ne può parlare, diviene fattibile per lo psicologo ed il cliente lavorare assieme per costruire delle alternative, per delineare scenari alternativi che possono prevedere comportamenti diversi ed emozioni diverse.

Maria ha potuto lavorare su diversi aspetti di sè, ad esempio sul potersi permettere di riconoscere, nominare e tutelare i propri bisogni e diritti nella relazione con gli altri, sulla possibilità di tollerare la rabbia altrui e il conflitto, sul poter accettare di vedere l’altro arrabbiato senza sentirsene atterrita e impotente.  Maria ha potuto riconoscere a se stessa di avere abbastanza risorse per costruirsi un’alternativa nel caso in cui la situazione fosse divenuta insostenibile, vedendosi capace di poter cercare anche un altro lavoro se necessario.

Elaborando costruttivamente la percezione di sé e degli altri, Maria ha cominciato a ritenere più plausibile la possibilità di stare in piedi da sola. Ha potuto dire a se stessa che aveva risorse da offrire tanto in quel contesto quanto in altri. Questa mutata consapevolezza le ha permesso di ampliare la prospettiva, di leggere la sua situazione da altri punti di vista, di cogliere altre sfaccettature. Ampliando lo sguardo sono diventati possibili comportamenti che prima non lo erano, come dire di no in alcune occasioni, esprimere ad alta voce il proprio suo di vista, sollevare questioni se ritenuto necessario.

Quando Maria ha saputo darsi fiducia e riconosce le proprie risorse, allora anche i comportamenti e le modalità relazionali che sentiva di potersi permettere sono cambiati, aprendo finestre di possibilità prima impensabili e dando vita a nuovi scenari.

Maria ha compreso che poteva anche dire di no, alcune volte, senza sentirsi necessariamente così fragile e spaventata.

Per concludere

A volte rimaniamo incastrati nel nostro punto di vista, lo trattiamo come se fosse l’unico possibile, arriviamo a convincerci che la nostra situazione sia immodificabile.Il confronto con lo psicologo può facilitarci nell’uscire dai limiti dei nostri schemi e riferimenti, nel guardare la situazione in modo più articolato e sfaccettato, nello sviluppare un approccio creativo, nell’individuare e creare soluzioni nuove e nel dare vita ad alternative prima impensabili.

Dott.ssa Laura Bastianello Psicologa Psicoterapeuta Albignasego

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